Home / CITAZIONI: dentro i libri, i telefim e i film. Le frasi più belle / Dentro il libro: “Amanti pericolosi” di Lisa Marie Rice

Dentro il libro: “Amanti pericolosi” di Lisa Marie Rice

 

 

Ma Jack doveva vederla. Aveva bisogno di vederla come di respirare. Solo uno sguardo prima di intraprendere una nuova fase della sua vita, qualunque fosse. Aveva chiuso con la ENP Security dopo che aveva sepolto suo padre. La compagnia era finita, la casa venduta. Tutto ciò di cui aveva bisogno era nel suo borsone e nella sua valigia. Era pronto a voltare pagina, subito dopo averla vista per un’ultima volta. Così, per iniziare la ricerca, era arrivato lì, nell’ultimo posto in cui era stato prima di diventare Jack Prescott, l’ultimo posto dove aveva visto Caroline. La sua famiglia si era stabilita lì, doveva esserci per forza un modo per rintracciarla. Non era importante dove fosse, se era ancora negli Stati Uniti o si era stabilita all’estero o era andata sulla luna. Lui era un eccellente segugio: il migliore che ci fosse. L’avrebbe trovata, alla fine, non importava quanto tempo ci sarebbe voluto. Aveva tutta la vita per farla finita, e di certo non aveva problemi di denaro. Solo uno sguardo e poi sarebbe scomparso per sempre. Alla fine, però, non c’era stato bisogno di scovarla. Il tassista dell’aeroporto sapeva dove si trovava.Lì. Proprio lì, dove era sempre stata. A Summerville. Single. Jack aveva programmato di prendere una camera in un albergo, darsi una sistemata, fare un bel pasto in un ristorante, poi dormire per ventiquattr’ore. Si era ritrovato in mezzo a una sparatoria, e aveva viaggiato per due giorni di fila. Era esausto.Era la vigilia di Natale. Il giorno di Natale sarebbe stato tutto chiuso, e anche il giorno dopo, domenica. Il lunedì progettava di iniziare la ricerca di Caroline. Ma poi il tassista aveva detto che Caroline Lake, la sua Caroline Lake, era ancora a Summerville e gestiva una piccola libreria, e quindi non c’erano dubbi su dove sarebbe andato.

 

Jack Prescott, d’altra parte, tutto sembrava tranne che affidabile. Aveva sentito i battiti del suo cuore aumentare mentre parlavano, per quanto sembrasse ridicolo. Sì, aveva un aspetto piuttosto inquietante. Sembrava rude, alto, con quel genere di muscoli che non puoi farti in palestra e un’aria impassibile da duro. Era anche tremendamente attraente, cosa che lei non aveva mai notato nei suoi inquilini. Faceva paura, ma era sexy. Dunque, poteva esserci una terza teoria da aggiungere alle prime due: un improvviso sovraccarico ormonale.Quando aveva toccato per un breve istante il suo braccio, un brivido le aveva percorso la schiena. Aveva sentito il muscolo d’acciaio attraverso la maglia e la giacca, l’uomo più duro che avesse mai incontrato. E una vampata di calore l’aveva attraversata all’idea che fosse, probabilmente, altrettanto duro… altrove. Non che avesse fatto qualcosa per metterla a disagio, a parte essere così grande e grosso e… avere un aspetto pericoloso. L’esatto opposto di Marcus Kipping, con la sua predilezione per i cardigan che gli avvolgevano le spalle strette e le braccia magre. La muscolatura massiccia di Jack Prescott era visibile attraverso una maglia e un giubbotto. Era l’uomo più virile che avesse mai incontrato, era terribilmente sexy. E Caroline, che non mentiva mai a sé stessa, si rese conto che, alla fine, era quello il motivo per cui aveva detto di sì.

 

A questa velocità non sarebbero arrivati a casa prima di un’ora. Caroline premette fino in fondo l’acceleratore. Avvenne tutto in un attimo. Troppo tardi. Caroline sentì l’assenza mortale di presa sulla strada. Un istante dopo, un suono penetrante esplose coprendo il rumore del vento che ululava. Di colpo l’auto sbandò con violenza e Caroline perse il controllo, roteando pericolosamente a sinistra. In preda al panico frenò di colpo, e l’auto girò su sé stessa, completamente fuori controllo. Un’ombra nera incombé all’improvviso, con due occhi luminosi rialzati rispetto al suolo come gli occhi di un predatore gigante. Si udì un rumore stridulo di freni e un lungo colpo di clacson penetrante come una sirena da nebbia…Ci volle un secondo perché Caroline si rendesse conto che era sul punto di scontrarsi frontalmente con un enorme camion. «Oh mio dio!» urlò, mentre scivolavano sul ghiaccio nero, proprio sulla traiettoria dell’enorme sagoma scura in arrivo dalla direzione opposta. «Lascia il volante e reggiti forte» disse una voce calma e profonda. Due mani possenti e abbronzate afferrarono il volante, correggendo la sbandata dell’auto, e la gamba sinistra di Jack si allungò sopra la sua mentre dava dei colpetti leggeri al freno con cadenza lenta, regolare, scalando le marce. Lo slittamento iniziò a rallentare, divenne controllato, non più quel tremendo, spaventoso roteare che faceva venire la nausea. L’auto fece un giro completo di trecentosessanta gradi. Jack la mantenne in moto finché non si fermarono a un centimetro di distanza da un palo della luce sul lato sinistro della strada. Un secondo dopo, il camion enorme passò sparato, suonando rabbiosamente il clacson. La piccola auto fu scossa dallo spostamento d’aria. Avvenne tutto molto velocemente. Un attimo prima stava lottando contro il vento e la neve, e quello dopo erano in caduta libera. Una scarica d’adrenalina per l’incidente sfiorato percorse il suo corpo. Se Jack non avesse preso il volante, sarebbero morti schiacciati dal camion, in uno scempio di ossa rotte e sangue.

 

Fino al giorno della sua morte, Caroline avrebbe creduto che in quel preciso istante l’anima di suo fratello si fosse staccata da questa vita, finalmente, liberandosi dalla gabbia di carne martoriata che lui odiava tanto. L’aveva sentita suonare un’ultima volta e aveva lasciato il mondo. Caroline aveva appena suonato il requiem di Toby. Adesso finalmente se n’era andato, per davvero. E lei era sola. Una grossa lacrima le scivolò sulla guancia e cadde sulla tastiera, con una tale pesantezza che il tasto emise lo spettro di un suono. Jack non si era mosso, ma qualcosa, nell’immobilità totale dell’aria accanto a lei, la fece voltare. Era in piedi vicino a lei, con la mano grande sopra il piano, e la fissava. Non aveva idea di cosa potesse pensare. Forse che era pazza, completamente pazza. D’un tratto Caroline si sentì davvero esausta del suo dolore e della sua solitudine. Doveva succedere qualcosa per rompere quel guscio gelido di dolore che la racchiudeva e farla uscire. Aveva bisogno di calore e contatto umano. Aveva bisogno di toccare qualcuno. Aveva bisogno che qualcuno la toccasse. A parte un’occasionale stretta di mano, non aveva toccato nessun altro essere umano dalla morte di Toby. Alzò lo sguardo e lo posò sugli occhi scuri di un perfetto estraneo, e dalla gola dolorosamente serrata fuoriuscirono le parole più autentiche che conosceva: «Non voglio stare sola stanotte» sussurrò.

 

Jack doveva ricordarsi che quello che lei aveva detto in realtà era: ‘Non voglio stare da sola stanotte. Quello che aveva detto non era: ‘Voglio che mi strappi tutti i vestiti di dosso, mi sbatti a terra, mi apri le gambe, e mi scopi fino a morirne.’No, non era affatto quello che lei aveva detto, ed era un vero peccato perché era quello che lui aveva voglia di fare. Aveva un solo colpo in canna, uno. Se faceva una cazzata stanotte, non avrebbe mai avuto un’altra occasione. Se fosse stato troppo rude, se l’avesse spaventata, ferita in qualsiasi modo, l’avrebbe cacciato fuori a calci nel sedere. Quella cosa che brillava in Caroline era un orgoglio stanco, diffidente. Non aveva permesso a nessuna circostanza della sua vita di abbatterla. Non avrebbe tollerato che qualcuno la spaventasse, o la trattasse con modi troppo rudi, neppure se aveva un disperato bisogno di un inquilino. Osservando attentamente i suoi occhi, chinò di nuovo la testa. Stavolta il bacio era più caldo, e la sua bocca graziosa era di nuovo aperta per lui. Al tocco della lingua contro la sua, si staccò con un sobbalzo, mentre il cazzo si sollevava. Dio, era quasi venuto nelle mutande. Doveva raffreddarsi un po’, altrimenti non sarebbe andata bene. Fece scorrere il dorso dell’indice lungo la sua guancia, meravigliandosi della sua levigatezza satinata. Un respiro profondo, poi disse quello che bisognava dire: «Caroline… Non voglio sembrare poco romantico, ma non ho precauzioni con me. Non faccio sesso da più di sei mesi e non ho niente con me. Ti prego, dimmi che hai qualcosa qui.» Merda, non gli era nemmeno passato per la testa durante i voli. Di norma Jack teneva sempre dei preservativi con sé. La maggior parte della sua vita sessuale consisteva in avventure di una notte – o forse due o perfino tre notti quando la donna gli piaceva abbastanza – perciò era sempre preparato. Ma era tornato nel suo Paese direttamente da quell’abisso infernale, l’Afghanistan, la più grande zona del mondo priva di sesso. Anche se riusciva a eccitarsi per le donne coperte dai veli, la consapevolezza che una sua qualsiasi partner sessuale sarebbe stata probabilmente lapidata troncava ogni slancio. Il sesso non gli passava mai per la testa in Afghanistan. Era tornato a casa dal colonnello morente, che l’aveva spedito in Africa per la sua ultima missione. Jack non scopava mai in Africa. Mai. E quindi eccolo lì, con la donna dei suoi sogni nel senso letterale del termine, che chiedeva a lui di fare sesso – o perlomeno questo era quello che sperava avesse chiesto – ed era senza preservativi, per la prima volta nella sua vita di adulto. Cazzo. Se avesse saputo che poteva accadere una cosa simile, si sarebbe munito di dieci scatole. Caroline strizzò gli occhi, come uscendo da uno stato di trance. «Precauzioni? Cosa… ah!» Si coprì la bocca con le mani.  «Che stupida. Certo… i profilattici! Oddio, no, non ho dei preservativi in casa. È da più di sei mesi per me. Veramente sei anni. In effetti, è da così tanto tempo che mi sono probabilmente dimenticata come si fa. Infatti» continuò a indietreggiare, guardandolo negli occhi «se decidi di cambiare idea, capisco perfettamente.» «No» Venne fuori quasi come un grido e lei trasalì. Jack sentì il sudore colargli lungo la schiena. «No» ripeté, più dolcemente, sforzandosi di rendere il suo tono normale attraverso l’improvvisa rigidità del suo petto. «Guarda, possiamo fare a meno del gommino… del preservativo. Posso stare attento.» Spero, pensò. Aveva sempre avuto il completo controllo del suo cazzo, anche se in quel momento si stava afferrando a quel controllo con le unghie. Caroline restò in silenzio, squadrandolo dall’alto in basso. Stava lottando contro qualcosa, e lui le diede il tempo di farlo. «Sembri in salute» disse infine. Sbatté le palpebre. «Senz’altro.» In salute? Be’, sì. Non poteva essere più in salute. Adesso, infatti, la sua rozza buona salute gli stava scoppiando dalle mutande. «A parte le ferite, non sono mai stato ammalato un solo giorno della mia vita.» Un velo rosato le aveva coperto il volto. «Perché, ehm… be’, il fatto è questo. Ero molto stressata lo scorso autunno. Mio fratello era molto malato, ed ero così in ansia che a volte mi dimenticavo di mangiare…» S’interruppe all’improvviso, chiudendo di colpo la bocca graziosa, come se si rendesse conto che stava farfugliando. «Be’, il succo è che il mio dottore mi ha dato la pillola» disse infine. «Perciò potremmo…» Qualsiasi altra cosa lei stesse per dire, si perse nella bocca di lui.

 

Tutte le mattine di Natale, da sei anni a questa parte, Caroline si era svegliata con le lacrime che le si seccavano sul volto. Non ricordava di aver pianto durante la notte, ma si svegliava con le guance umide, gli occhi gonfi e un senso di oppressione così forte che era come avere un macigno sul petto. Non questa mattina di Natale. Aveva dormito bene e profondamente, avvolta dal calore nel suo letto, nonostante la temperatura bassa in casa, di notte.Quasi tutte le mattine si svegliava leggermente infreddolita, ma non adesso. Adesso, anche se era nuda, sentiva il calore fin dentro le ossa. Si risvegliò a fasi lente, discendenti, riprendendo coscienza poco alla volta. Nel momento in cui si rese conto che aveva fatto del sesso favoloso con un amante stupefacente, che era lui la fonte del calore ardente sotto le coperte e che il suo cuscino era una spalla sicuramente dura, ma in un certo senso comoda, sorrise. Non aveva mai pensato che sarebbe stato possibile sorridere la mattina di Natale, ma era proprio così. La sua situazione non era cambiata affatto. Aveva perso l’ultimo membro della propria famiglia due mesi prima. Aveva una montagna di debiti così opprimente che ci sarebbero voluti vent’anni per iniziare a uscirne. La sua casa stava cadendo a pezzi sotto i suoi occhi. Era tutto uguale, ma non le importava. Era riuscita in qualche modo a far andare lontano quei pensieri, molto lontano, come una grande nube scura che incombe all’orizzonte in una giornata di sole. In questo preciso istante, era felice. «L’ho sentito» rimbombò una voce nel suo orecchio. Una mano grande si muoveva tra i suoi capelli, con le dita lunghe che le massaggiavano la cute con delicatezza. L’altra era poggiata sulla parte bassa della sua schiena, pesante, una fonte intensa di calore. «Mi hai sentito sorridere?» chiese, affascinata dal pensiero. «Ah-ah.» Quella grande mano si spostò dai lombi per accarezzarle il sedere. Le terminazioni nervose si ravvivarono con una scintilla mentre lui muoveva pigramente il palmo sopra le natiche. C’era assoluto silenzio. Caroline non sapeva che ora fosse e non gliene importava, ma a giudicare dalla luce grigio ferro fuori la finestra era probabilmente mattino presto, di una giornata tempestosa, nevosa. Durante la notte doveva aver nevicato. La neve appesantiva i rami della grossa quercia fuori dalla finestra ed era alta diversi centimetri sul davanzale. Assorbiva tutti i suoni. C’era un silenzio totale fuori, non passava nemmeno un’auto. Avrebbero potuto essere gli ultimi esseri umani al mondo. A Caroline non importava nemmeno di questo. «Buon Natale» disse Jack, con la voce così bassa che lei non capì se l’avesse sentito parlare sopra la sua testa o se avesse udito le parole brontolare nel profondo del suo petto. «Buon Natale» rispose, con le parole ovattate dal petto di lui.

 

Caroline si era fiondata dritta tra le sue braccia, poggiando la testa sul petto, stringendolo tra le braccia.  «Grazie» sussurrò. Alzò lo sguardo verso di lui, con le lacrime tra le ciglia. «Oh, cavolo. Grazie mille. Non puoi capire quanto fossi terrorizzata all’idea di stare senza riscaldamento tutto il week-end.» Sollevò le mani, mettendone una intorno alla sua testa, l’altra intorno alla vita, tenendola stretta e cercando delle parole da dirle, anche se non gliene veniva nessuna. Emozioni nuove di zecca, che non sapeva come chiamare, scorrevano dentro di lui, ardenti e pure, emozioni che non sapeva come gestire. Nessuno l’aveva mai guardato in quel modo, di certo nessuna donna. Le donne lo guardavano con desiderio, avidità o indifferenza, mai con il calore e l’ammirazione che poteva chiaramente vedere sul bel viso di Caroline. «Non è niente» disse in tono burbero. E non lo era. Gesù, voleva inondarla di perle e diamanti. Coccolarla e viziarla,occuparsi dei suoi problemi. Ripararle la caldaia non rientrava nemmeno in tutto ciò. In risposta, lei girò la testa e gli baciò il petto. Non lo sentì attraverso il maglione, ma quel gesto lo sbalordì. Era un inequivocabile gesto di… affetto. Aveva desiderato questa donna per la maggior parte della sua vita. Il sesso che avevano fatto il giorno prima non aveva iniziato nemmeno a fargliela togliere dalla testa. Il sesso gli andava bene, era una cosa che conosceva. Sapeva affrontare il desiderio e il pensiero di scoparla finché ne fosse fisicamente capace. Quello che vide sul suo volto lo privò quasi della virilità. Voleva ritornare sul piano della sessualità, proprio adesso, così non avrebbe dovuto tenere in considerazione tutte quelle… cose che gli si agitavano in petto come enormi massi infuocati. Si stava chinando per baciarla, quando lei rabbrividì. «Fuori» disse in tono rude. Se fosse riuscito ad arrivare al proprio sedere da solo, se lo sarebbe preso a calci. Gesù, tenerla lì in quella cantina fredda e umida non era stata una buona idea. A che pensava? Gli era balenato in testa, in effetti, di tirarle giù le mutandine e prenderla, proprio lì, sul gelido pavimento di cemento.Che cosa gli prendeva? Non avrebbe trattato così neppure una partner sessuale occasionale, e quella era Caroline.

 

«Andiamo giù» disse Jack, poggiando il braccio forte sulla sua schiena. Caroline si chiedeva cosa pensasse di lei che era rimasta in piedi a fissarlo. Avrebbe preparato un cena memorabile, per farsi perdonare. «Cosa vorresti per ce…» Caroline si interruppe. Mancava qualcosa. Stavano scendendo le scale, e mancava qualcosa. Qualcosa che avrebbe dovuto… «I gradini! Hai riparato i gradini! Oddio!» Si voltò e gettò le braccia intorno al collo di Jack in un impeto di gratitudine. «Grazie, grazie, grazie!» Era sulla lista delle cose urgenti da fare. Articolo numero quattrocentosettantasei della lista delle cose superurgenti da fare: chiamare il falegname per far riparare le scale prima che qualcuno si rompa l’osso del collo. Ma sapeva che avrebbe potuto risolvere la cosa solo quando avrebbe avuto qualche risparmio in più. Il che significava mai. Le braccia di lui l’avevano circondata subito, tenendola stretta a sé. «Se avessi saputo che avrei ottenuto questa reazione, avrei riparato tutte le scale. Scricchiolano un po’. Comunque ho sistemato le mensole del bagno, la ringhiera e ho fissato il pomello della porta dello studio, che era allentato. Cosa ricevo in cambio?» La stava prendendo in giro. Non aveva idea che lui potesse farlo. In effetti aveva… be’, non esattamente un sorriso, ma gli si erano formate delle rughe intorno agli occhi, e la bocca rigida si era arricciata leggermente verso l’alto. «Mio eroe» disse Caroline sorridendo, e si allungò in punta di piedi, dandogli un grosso bacio sulla bocca. Si irrigidì. Lei poteva sentire i muscoli che diventavano ancora più duri al tatto, la mano grande tra le sue scapole che la spingeva in avanti. La sua bocca si poggiò sulla sua.Quel bacio fu diverso dagli altri. Forse ne aveva un repertorio completo? Questo era caldo, possessivo fin dall’inizio.

 

«Jack.» C’era il bisogno nella sua voce.Caroline aveva bisogno di qualcosa… Era programmato per reagire. Anche se parte di lui voleva trascorrere i successivi diecimila anni in ginocchio davanti al letto, amandola con la bocca, l’altra parte aveva bisogno di essere dentro di lei. Un secondo dopo, entrò dentro di lei con un affondo lungo, e tutti e due gemettero di sollievo. Si piegò per baciarla, e il resto dei suoi lamenti si persero nella sua bocca. I colpi erano lunghi, profondi, pigri, tutto il mondo si riduceva alla donna sotto di lui e al punto in cui loro due si congiungevano. Non potevano esserci pensieri in questa terra incantata di Caroline: solo sensazioni. Il calore e la morbidezza di lei, l’umida accoglienza che riusciva a sentire su ogni centimetro del suo cazzo, le sue braccia e le gambe che lo tenevano stretto. Per quanto fosse forte, Caroline non avrebbe mai potuto sciogliere la presa di Jack. Per la prima volta in vita sua, Jack perse completamente cognizione di sé. Si sentiva come se fosse entrato nella sua pelle, nella sua testa, tirandone fuori proprio ciò che lei voleva. Quando venne, lui prolungò l’orgasmo, cambiando l’angolazione delle sue spinte, finché la sua testa non ricadde sopra il suo braccio e le braccia e le gambe non ricaddero sul letto.Fu allora che prese il suo piacere, energico e veloce.Era abbastanza bagnata e morbida per prenderlo fino in fondo, e – oh mio dio – quando venne, esplose con tutto il suo corpo, dalle dita dei piedi alla sommità della testa.

 

Ma le sue parole circolavano di continuo nella sua testa, in un ritornello infinito, prendendosi gioco di lei. Parole che le facevano mancare la terra sotto i piedi e la facevano dubitare della sua salute mentale. Parole che non avevano alcun senso, fuoriuscite dalla sua bocca. Dalla bocca di un uomo che aveva incontrato per la prima volta quattro giorni prima.‘Possiamo dipingere la sala da pranzo di nuovo di giallo’ aveva detto. ‘Ti piacerebbe, non è vero?’Sì, certo che le sarebbe piaciuto. Un bel giallo canarino al posto del verde vomito. A chi non sarebbe piaciuto?Era molto premuroso da parte sua pensarci. Se non fosse stato per il fatto che, ovviamente, l’ultima volta che la sala da pranzo era stata dipinta di giallo era stato più di sei anni prima.

 

«Ascolta attentamente, amore. Quei soldi non provengono dai diamanti, lo giuro. Ho venduto la compagnia di mio padre e la mia casa. Usali e allontanati da qui. Promettimi che te ne andrai. Devo sapere che sei al sicuro.» «Avevi delle foto di me.» Le lacrime le scendevano lungo le guance. «Conosci Greenbriars a menadito. Chi sei?»Doveva farla scappare, adesso. Solo la verità avrebbe funzionato. «Ben.» «Cosa?» «Sono Ben, amore. Ti ricordi del ragazzo nel rifugio per senzatetto? Dodici anni fa? Mi portavi cibo e libri.» Gli occhi di lei erano spalancati, fissi su quelli di lui. La riusciva a vedere molto chiaramente, adesso. La neve era quasi cessata. A due metri di distanza, Deaver saltò fuori da dietro il muro di cemento e si mise in posizione. «Ben? Sei Ben?»Jack sollevò l’arma, prese la mira. Il tempo era scaduto. «Corri, Caroline! Corri!» urlò. Caroline scappò di corsa. Ma non verso il veicolo. Corse dritta da lui.

 

 

Romanticamente Fantasy

Romanticamente Fantasy

Lascia un Commento

x

Check Also

Dentro Il film: “Le fate ignoranti”

  Per quella parte di te che mi ...